Il Distruttore visto dai Greci: Il Mito di Fetonte

 

Nel mito  del carro del Sole di Fetonte viene confermata la teoria che si tratti di un dispositivo extraterrestre.Il Distruttore infatti è un Dispositivo (il carro del Sole ) a disposizione del Dio Febo.

Dai consigli che il padre da al figlio Fetonte per la guida, si desumono osservazioni che possono essere fatte solo dallo spazio:

 

Ovidio:Metamorfosi(Libro II)

 

E non scegliere la via che incrocia tutte le cinque zone:

c'è una pista che con ampia curva si snoda obliquamente

nello spazio limitato di tre zone, senza toccare

ne il polo australe, ne l'Orsa legata agli Aquiloni;

seguila: vedrai con chiarezza i solchi delle ruote.

E perchè il cielo e la terra ricevano il giusto calore, in basso

non spingere il cocchio e non lanciarlo oltre misura nell'etere:

spostandoti troppo in alto bruceresti le dimore celesti,

in basso la terra: a mezza via puoi andartene senza alcun rischio.

Bada poi che sterzando troppo a destra le ruote non ti conducano

nelle spire del Serpente o a sinistra nei recessi dell'Altare:

tienti fra loro. 

 

Si desume una traiettoria che si dirige sul Pacifico, le cinque zone sembrerebbero i cinque continenti che si vedono  da sopra il Pacifico, Asia, Oceania, Antartide, America del sud, America del nord.

Il Bacino del Mediterraneo viene descritto come “Impronte del Carro” che si sviluppano con un’ampio arco.

Circondato dalle tre zone,Africa, Asia,Europa.

 

La descrizione dei danni è simile alle precedenti.

 

Con stupore la Luna guarda i cavalli del fratello passare

sotto i suoi e le nuvole che fumano combuste.

Nei punti più alti la terra è ghermita dal fuoco,

si screpola in fenditure e, seccandosi gli umori, inaridisce;

si sbiancano i pascoli, con tutte le fronde bruciano le piante

e le messi riarse danno esca alla propria rovina.

Di inezie mi dolgo: con le loro mura crollano città immense

e gli incendi riducono in cenere coi loro abitanti

regioni intere. Bruciano coi monti i boschi,

bruciano l'Ato, il Tauro di Cilicia, il Tmolo, l'Eta

e l'Ida, un tempo zampillante di sorgenti e ora inaridito,

l'Elicona delle Muse e l'Emo, prima che vi regnasse Eagro;

bruciano l'Etna, fuoco su fuoco, in un rogo immenso,

i due gioghi del Parnaso, l'Erice, il Cinto, l'Otri

e il Ròdope, finalmente sgombro di neve, il Dìndimo,

il Mimante, il Mìcale e il Citerone, destinato ai riti sacri.

Nemmeno i suoi ghiacci salvano la Scizia: il Caucaso brucia

con l'Ossa, il Pindo e l'Olimpo che entrambi li sovrasta,

le Alpi che si confondono col cielo e l'Appennino con le nubi.

E così, dovunque guardi, Fetonte vede

la terra in fiamme e più non resiste a quell'immenso calore:

respira folate infuocate, che sembrano uscire dalla gola

d'una fornace ed avverte il suo cocchio farsi incandescente.

Non riesce più a sopportare le ceneri e le faville

che si sprigionano, un fumo afoso tutto l'avvolge

e, immerso in quella caligine di pece, non sa più dove sia

o dove vada, trascinato com'è in balia dei cavalli alati.

Fu allora, così dicono, che il popolo degli Etiopi divenne,

per l'afflusso del sangue a fior di pelle, nero di colore;

fu allora che la Libia, privata d'ogni umore, divenne

un deserto; fu allora che le ninfe, i capelli al vento, rimpiansero

fonti e laghi: invano la Beozia cerca la fonte Dirce,

Argo Amìmone, Efire la vena di Pirene.

Neppure i fiumi che hanno avuto in sorte sponde distanti fra loro

si salvano: il Tànai fuma persino al centro della sua corrente,

e così il vecchio Peneo, il Caìco di Teutrante,

il rapido Ismeno, l'Erimanto di re Fegeo

e lo Xanto, destinato a nuove fiamme, il biondo Licorma,

il Meandro che gioca a rendere tortuose le sue acque,

il Mela di Migdonia e l'Eurota di Tènaro.

Arde anche l'Eufrate di Babilonia, arde l'Oronte,

il vorticoso Termodonte, il Gange, il Fasi e l'Istro.

Ribolle l'Alfeo e dello Sperchìo bruciano le rive;

l'oro che il Tago trascina col suo flusso scorre fuso dal fuoco,

mentre gli uccelli acquatici, che riempiono di canti

le sponde di Meonia, avvampano in mezzo al Caìstro.

Fugge atterrito il Nilo ai margini del mondo

e nasconde il capo dove ancora è celato; in polvere si spengono

le sue sette foci: sette alvei senza una goccia d'acqua.

Uguale sorte in Tracia prosciuga l'Ebro e lo Strìmone,

e in Occidente i fiumi Po, Rodano, Reno

e il Tevere a cui fu promesso il dominio del mondo.

In ogni luogo il suolo si spacca e attraverso gli squarci la luce

penetra nel Tartaro, atterrendo con Proserpina il re degli Inferi.

Il mare si contrae e dove c'era l'acqua, ora vi sono

distese d'arida sabbia; e i monti, dissimulati nei fondali,

ora affiorano moltiplicando l'arcipelago delle Cicladi.

Negli abissi si rifugiano i pesci, e i delfini, che per natura

s'inarcano nell'aria, non s'azzardano più a balzare sull'acqua;

corpi esanimi di foche galleggiano riversi

a livello del mare; e si dice che persino Dòride e Nèreo

con le figlie cercassero rifugio nel tepore delle grotte;

tre volte Nettuno, torvo in volto, cercò di sollevare

dall'acqua le braccia e tre volte non resse al fuoco dell'aria.

Alla fine la madre Terra, circondata com'era dal mare,

fra quelle onde e le fonti consunte, che dov'era luogo

cercavano di rintanarsi nelle sue viscere oscure,

riarsa sollevò a fatica il volto sino al collo,

si portò una mano alla fronte e con un gran sussulto,

che fece tremare ogni cosa, si assestò un poco più in basso

di dove è solita stare, e con voce roca disse:

Se questo è deciso e l'ho meritato, o sommo fra gli dei,

perchè ritardano i tuoi fulmini? Se di fuoco devo perire,

del fuoco tuo possa perire: più lieve sarà la mia sventura.

Posso appena aprire la bocca per articolare verbo

(la soffocava il fumo). Guarda, guarda i miei capelli in fiamme

e quanta cenere negli occhi, quanta sul mio viso!

Questo il mio premio? così ricompensi la fertilità

e i miei servigi, dopo che sopporto le ferite infertemi

da aratri e rastrelli e per tutto l'anno m'affatico?

dopo che al bestiame procuro fronde, al genere umano alimenti

e frutti teneri, e a voi persino l'incenso?

Ma ammesso ch'io meriti questa fine, che colpa hanno le acque,

che colpa tuo fratello? perchè il mare, che gli fu affidato in sorte,

sempre più si contrae e sempre più dal cielo si discosta?

E se non ti commuovi per tuo fratello o per me,

abbi almeno pietà del cielo che è tuo! Guàrdati intorno:

fumano entrambi i poli; e se il fuoco li intaccherà,

le vostre regge crolleranno. Atlante stesso s'affatica al limite

per sostenere sulle spalle l'asse celeste ormai incandescente.

Se scompare il mare, la terra e la reggia del cielo,

nel caos antico ci annulleremo. Salvalo dalle fiamme

quel poco che ancora resta: abbi a cuore l'universo!.

Questo disse la Terra; nè più avrebbe potuto

resistere al calore o dire altro: su sè stessa

si ripiegò, negli antri più vicini al regno delle ombre.